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In politica estera: l’aiuto pubblico allo sviluppo

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Fonte: Il Velino

L’Aiuto pubblico allo sviluppo (Aps) è per l’Italia uno strumento di politica sempre più importante. È quanto emerso dalla colazione di lavoro “Un partenariato per lo sviluppo”, svoltasi nell’ambito della settima Conferenza degli ambasciatori a Roma. L’evento, presieduto dal sottosegretario agli Esteri, Vincenzo Scotti, è stato moderato dal direttore generale per la Cooperazione allo sviluppo (Dgcs) della Farnesina, il ministro Elisabetta Belloni. Oggi l’Aps è un elemento determinante soprattutto in situazioni di emergenza in casi di estrema povertà. È necessario un approccio più complessivo sia da parte del Sistema paese sia a livello internazionale, e che ci sia coerenza ed efficacia degli aiuti. Sul tema, la Dgcs ha dato il via a diverse iniziative, di cui la più recente è la pubblicazione delle Linee guida della Valutazione.

sviluppoIn particolare questo “comprehensive approach” serve nei casi in cui i paesi beneficiati stanno superando la fase di povertà acuta e si affacciano allo sviluppo. In questo scenario giocheranno un ruolo chiave i flussi di investimenti stranieri, la coerenza di politiche commerciali e il trasferimento di conoscenza. Lo sviluppo, infatti, è il risultato di un insieme di fattori alla cui base c’è la costruzione di uno stato di diritto. Questo deve peraltro non solo assicurare gli investimenti esteri, ma anche garantire un clima sano che possa attrarli. E per far ciò, l’unico mezzo necessario è la promozione dei diritti umani e delle politiche di genere in primis. A questo proposito il sottosegretario Scotti si è recato a Kampala in Uganda per due giorni per incontrare i leader africani e sensibilizzarli sul tema delle mutilazioni genitali femminili. Combatterle è una priorità della comunità internazionale, Italia in testa. Ma l’unico modo affinché possano essere abolite è che siano gli stessi stati in cui avvengono a contrastarle e punirle severamente.

Per portare lo sviluppo, però, è necessario anche che gli investimenti nei paesi beneficiari siano supportati da un sistema globale di infrastrutture. In questo contesto, il ministro Matteoli ha parlato alla colazione di lavoro della sua volontà di accelerare l’integrazione del sistema italiano con quello dei paesi dell’area del Mediterraneo, mediante le grandi piattaforme come i corridoi delle merci, le autostrade del mare e i trasporti aerei. Il ministro Carfagna, invece, ha posto l’accento sulle tematiche di genere e sull’empowerment femminile. Non ci potrà essere infatti veramente una lotta alla povertà, senza la piena valorizzazione del ruolo e dei diritti della donna nei processi di sviluppo. E l’Italia - dall’iniziativa della conferenza sull’empowerment femminile in Africa occidentale del 2007 alla battaglia contro le mutilazioni genitali femminili, dall’inserimento delle questioni di genere fra le priorità strategiche della Cooperazione italiana alla Conferenza sulla violenza contro le donne che abbiamo organizzato nella precedenza del G8 dello scorso anni fino alle nuove Linee guida gender per la Cooperazione italiana di prossima pubblicazione – è in prima linea in questa battaglia.

Il nostro Sistema paese, infatti, per le sue caratteristiche strutturali e i valori che lo attraversano, è naturalmente propenso e proiettato verso la collaborazione e il co-sviluppo. Ma i beneficiari, i Paesi in via di sviluppo (Pvs), devono cominciare a ridurre la loro subordinazione dagli aiuti internazionali in quanto dipendervi in maniera rilevante determina che qualsiasi processo di crescita non è sostenibile a lungo tempo. Inoltre, sono loro che devono tracciare il futuro all’insegna della ownership. Questa, però, deve essere sempre più democratica, affinché il suo carattere inclusivo e partecipativo non abbia possibilità di “marcia indietro”. Questa è la linea su cui l’Italia si sta sempre più orientando, anche perché stabilire condizioni paritetiche con i Paesi in via di sviluppo significa responsabilizzarli sui risultati che si vogliono perseguire, mobilitare le loro risorse interne per finalità condivise e, di conseguenza, porre le condizioni per una loro crescita sana e sostenibile che potrà consolidarsi nel tempo più facilmente rispetto a una in cui i dati non sono trasparenti e verificabili.