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Cooperazione: strumento di sicurezza, serve una nuova legge

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Fonte: Il Velino

L’Italia ha bisogno di aggiornare agli standard odierni la sua politica di aiuto internazionale. Ne è convinta il ministro Elisabetta Belloni, direttore generale per la Cooperazione allo sviluppo (Dgcs) della Farnesina, intervenuta al convegno “Necessità/opportunità degli aiuti ai paesi dell’Africa sub sahariana e ricerca di nuove procedure d’impiego”, organizzato dal Centro studi difesa e sicurezza (Cestudis). “La legge che regola la Cooperazione allo sviluppo – ha spiegato il ministro Belloni - è del 1987. Prima perciò di eventi come la caduta del muro di Berlino e antecedente all’arrivo sulla scena dei grandi attori”. A questo proposito, è emerso durante l’evento che fino a poco tempo fa la cooperazione veniva svolta principalmente dagli Stati. Oggi, invece, c’è un’ampia gamma di soggetti che opera in questo contesto, dalla società civile al mondo universitario, al settore privato a quello degli enti locali e delle fondazioni. “Di conseguenza, è necessario che il Parlamento rinnovi e ammoderni la legge – ha aggiunto il direttore della Dgcs - partendo però dal concetto di cooperazione, tenendo presente e coinvolgendo tutti gli attori, ma sancendo anche che sia lo Stato ad avere il ruolo di coordinatore degli aiuti”.

“Intervenire nei paesi in via di sviluppo (Pvs) non è più solo aiutare un paese, ma anche tutelare la sicurezza nazionale – ha sottolineato il ministro Belloni - Il concetto che la cooperazione sia solo uno strumento di politica estera è superato. È anche quello, ma non solo. È soprattutto sicurezza e sviluppo per creare stabilità”. A New York alla conferenza per gli Obiettivi di Sviluppo del Millennio (Mdg), è stato posto l’accento su questa tematica, sottolineando in particolare la funzione di coordinatore che dovranno avere gli Stati. E' stato inoltre sancito che la sicurezza degli Stati è la premessa di uno sviluppo economico che apre la strada a nuovi investimenti stranieri. Si vede in particolare in Africa dove ci sono paesi che hanno raggiunto una loro stabilità che solo pochi anni fa sembrava impossibile. Oggi sono sicuri, crescono, attirano capitali, distribuiscono una ricchezza tra la popolazione. Sono diventati un punto di riferimento per gli Stati più industrializzati e ricchi che hanno bisogno della loro materie prime.

La Cooperazione italiana si sta adeguando a questo nuovo scenario, seppur con alcuni limiti, rappresentati principalmente dagli scarsi investimenti nelle risorse professionali necessarie a far funzionare a dovere la macchina della cooperazione, e i sempre minori fondi assegnati (calati ulteriormente a seguito della crisi finanziaria globale). Non mancano, però, i successi né la volontà di fare bene. Sia sui contributi agli organismi internazionali e multilaterali sia sulla qualità degli aiuti. Sul primo fronte, per esempio, il nostro Paese è debitore da due anni del Fondo globale per la lotta all’Aids, la malaria e la tubercolosi. “Il nostro dipartimento, però – ha spiegato il ministro Belloni - sta studiando con Palazzo Chigi e con il ministero delle Finanze la possibilità di un piano graduale di rientro per i contributi non ancora erogati”. Su quello dei progetti, l’attenzione verrà concentrata su aree geografiche prioritarie come l’Africa.

A questo proposito sono in arrivo nuove iniziative tra cui la revisione delle Linee guida e indirizzi di programmazione, che vedranno assegnare al Continente africano il 50 per cento degli aiuti disponibili della Dgcs, e si discuterà entro l’anno dell’anello di congiunzione rappresentato dal Mediterraneo come porta verso l’Africa. In tutti i paesi dove è presente la Cooperazione italiana, il tema principale che continuerà a essere sviluppato sarà l’institutional building. Solo così, infatti, si potrà portare avanti la nuova politica degli aiuti italiani. E cioè non più rapporti tra donatori e riceventi, ma partnership mantenendo la ownership di questi ultimi, in linea con quanto richiesto dalla comunità internazionale. A ciò si aggiunge anche il recente rafforzamento delle partnership tra pubblico e privato nei Pvs, la modifica dell’articolo sette della legge 49 del 1987 che prevede l’utilizzo di credito agevolato alle imprese italiane per il parziale finanziamento della loro quota di capitale di rischio in imprese miste da realizzarsi nei Pvs, e la pubblicazione del Piani di efficacia degli aiuti, che ha posto il nostro paese in linea con i criteri Ocse/Dac.

L’appello di Belloni è stato immediatamente raccolto da Luigi Ramponi, membro della commissione Difesa del Senato e presidente del Cestudis. “È inconcepibile che l’opportunità rappresentata dai Pvs per quanto riguarda lo sviluppo potenziale non venga trattata in maniera adeguata dagli Stati avanzati come l’Italia – ha affermato Ramponi - Abbiamo organizzato il convegno per sensibilizzare l’opinione pubblica e gli addetti ai lavori su questo tema e metterò a punto iniziative specifiche che presenterò quanto prima in Parlamento”. Alcune aree geografiche come l’Africa, infatti – come auspicato più volte dal ministro degli Esteri, Franco Frattini - non sono più considerate un problema, sono giudicate un’opportunità. E, essendo l’Italia attiva da sempre nel Continente su fronte degli aiuti, è essenziale adeguarsi ai tempi e agli strumenti per mantenere la leadership. Ma soprattutto per tenere sotto controllo fenomeni come i flussi migratori o il terrorismo.